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Il
vero paese della mia nascita – scrive Luigi Antonelli –
ha un piccolo nome modesto: Castilenti, che gli uomini eruditi fanno
derivare da “castrum”. Ma ha avuto sempre l’aria –
da quale placido paesino che è – di farsi raccontare delle
storie innocenti dalle dolci colline tra cui riposa. Benché a ricordarne le opere o a ricercarle non siano in molti, egli è indubbiamente uno degli scrittori più vivaci e rappresentativi del nostro Novecento. Nel 1910, con la commedia “La case dei fanciulli” vinse il Primo Concorso Drammatico Nazionale e fu rappresentata dalla Compagnia Zacconi. La celebrità verrà ad Antonelli soltanto a guerra ultimata con “L’uomo che incontrò se stesso”, che lo pose accanto a Pirandello, Chiarelli e Rosso di S.Secondo, tra coloro, cioè, che rinnovarono dopo il 1915 il teatro italiano. Luigi Antonelli conquista il pubblico, stanco dell’aridità positivistica e naturalistica, e lo riaccosta, con questa sua “avventura fantastica”, fatta di luce, di colore, di spirito nuovo, a quella divina cosa che è la fantasia. “L’uomo che incontrò se stesso” rappresenta la pietra miliare della vita e del teatro di Antonelli e ci può dare la misura esatta del suo ingegno e del suo temperamento. I suoi lavori, dal principio alla fine, sono pervasi da un’armonia poetica, da un incanto fiabesco. Antonelli, in vita come in arte, fu ironico, fantastico, paradossale e dimostrò di anelare sempre a temi di genuina poesia. Le sue opere più significative ottennero il successo e conservarono integra la loro validità, non tanto per l’arditezza ed eccezionalità dei “casi” e dei personaggi che vi sono presentati, quanto per l’accentuato lirismo che volgendo il grottesco in idillio e in elegia portò alla creazione di un vero e proprio “genere nel genere”: il fiabesco. In una intervista accordata a Guglielmo Danzi nel maggio del 1928, una delle poche alle quali egli si sia prestato uscendo dall’abituale riserbo, all’appunto di far troppo posto nelle sue trame alla fantasia e all’avventura a tutto danno del reale, Luigi Antonelli fornì questa precisazione: <<Chi non vede al di là dei modelli umani, ossia oltre il vero, scriverà un’opera che non andrà oltre il suo soggetto e non riuscirà mai a farla sopravvivere al suo tempo. Ecco perché “Tristi amori” è defunta, pur essendo stata scritta appena quarant’anni fa, mentre “Amleto” è viva ed immortale>>. Orgoglio? Sia pure: ma alimentato dalla coscienza di non aver nulla trascurato per poter all’occasione concedersene un po’ senza timore di essere accusato di presunzione. Tutta l’attività di scrittore (del narratore come del commediografo) è infatti la testimonianza eloquente ed inoppugnabile di un continuo sforzo per attingere, attraverso la “fantasia” e le più impensate avventure, le alte vette della poesia: sforzo che, premiato spesso dal buon esito, è valso a permeare non poche delle sue pagine di quei “valori” che in ogni epoca hanno consentito ai prodotti dello spirito di sfidare la caducità di questa o quella “moda”. Novelliere estroso, Luigi Antonelli ha infatti arricchito la narrativa italiana di prose pervase da un genuino sentimento della natura, nelle quali non sai se ammirare di più la freschezza e la signorilità delle immagini o la semplicità e la purezza dell’espressione. Particolarmente preziosi gli scritti da lui dedicati al natio Abruzzo, specie quelli che parlandoci di atteggiamenti spirituali e di costumi e tradizioni ormai scomparsi, o quasi, costituiscono per lo studioso di “cose” locali una insostituibile fonte di notizie. Da rilevare inoltre è quanto egli andò pubblicando sui periodici e quotidiani, tra i quali il “Corriere della sera” e il “Giornale d’Italia”, che ne ospitarono gli scritti degli ultimi anni. Consapevole di avere l’organismo minato da un male inesorabile e perciò costretto ad allontanarsi da Roma ed a rinunciare all’abituale lavoro di critico e di autore teatrale, “don Luigi” non trascurò del tutto l’attività letteraria, ma ispirandosi di preferenza al paesaggio della terra natale (dove si era rifugiato) ed abbandonandosi ai ricordi, quasi volesse prepararsi all’ormai inevitabile distacco dal mondo della natura e dalle cose che più aveva amato ed amava, non lasciò passare giorno senza dettare una pagina: secondo un modulo espressivo che del resto gli era congeniale, divagazioni dunque e “reveries”, per la maggior parte legate alle sue scorribande di ragazzo e di giovinetto irrequieto ed alle successive avventure venatorie di uomo. Ora appunto gli alberi e le alate creature che ne popolano i rami erano i personaggi prediletti dall’Antonelli, Provato da esperienze e vicissitudini purtroppo non sempre liete, spesso egli prestava loro le parole del suo patimento; ma, “fauno” dal cuore fanciullo, anche in tali momenti e quando si lasciava andare al sarcasmo, tutto risolveva con un riso frizzante ed amaro, come certi vini nostrani, ed espressione a suo dire di “una malinconia intima sofferta con umanità”; un riso che sapeva d’altra parte ed all’occasione farsi anche cordiale, anzi tale fino alla più espansiva giovialità, ad immagine di un temperamento che puntualmente tradotto in peculiarità stilistiche conferiva alle sue parole un potere di suggestione, destinato a conservarsi intatto. Nato a Castilenti (Te) il 22 gennaio 1877, Luigi Antonelli morì a Pescara il 20 novembre 1942. Volle essere sepolto nel cimitero di S.Silvestro, sulla collina sopra la pineta, quasi a risentire il sapore resinoso dei pini di Pescara, in vista della sua casa, la “casetta rossa”, ultimo rifugio al suo spirito grande e buono. |
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